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Gli assistenti sono così importanti per gli artisti? Intervista a Loredana Calvet

di Tiziano Tancredi

Ritratto. Photo © Eleonora Cerri Pecorella

Ho avuto il piacere di intervistare Loredana Calvet, assistente dell’artista Gonzalo Borondo e EXecutive Public Organization and Supervisor of the Team” per Post-Ex, artist-run space di Roma.

L’intervista è stata un’occasione di approfondimento sulle consapevolezze umane e professionali che Loredana ha maturato nel suo percorso: dal progetto di arte pubblica partecipata SANBA a San Basilio al perché un assistente contribuisce al benessere dell’artista con cui lavora; dal futuro della scena degli artist-run space della capitale al ruolo del curatore nell’arte contemporanea, passando per la pratica di direzione artistica a livello progettuale messa in atto da Borondo. Ma soprattutto la possibilità di scoprire la sua non troppo velata passione per gli acronimi.

Cara Loredana, come da tradizione per questa serie di interviste per Street Levels Gallery, mi fa piacere ricordare a chi ci legge come ci siamo conosciuti. Correva l’anno 2017 ed all’epoca eri assistente di Andreco. Qualche anno prima avevo conosciuto il progetto SANBA per il quartiere di San Basilio a Roma realizzato dall’associazione culturale WALLS di cui facevi parte. Col senno di poi, umanamente e professionalmente, qual è la più grande eredità di quel progetto e le consapevolezze che ne hai tratto? Quali i suoi punti critici?

Caro Tiziano, grazie per la domanda, che mi permette di mandare il pensiero ad un periodo molto felice della mia vita.

Parlando di SANBA nello specifico, è per me molto difficile scindere l’eredità umana e lavorativa, essendo andate di pari passo. Questo progetto di arte pubblica partecipata nel quartiere che mi ha cresciuta, mi ha infatti permesso di conoscere persone da cui sia professionalmente sia umanamente, ho potuto imparare molto.

La capacità di accoglienza da parte dei cittadini di San Basilio, era per me cosa già nota, e con tutte le difficoltà e peripezie del caso, anche per SANBA non è stata smentita questa qualità: sia il team di WALLS che tutti gli artisti/architetti/artigiani coinvolti, sono stati viziati con caffè, pranzi, chiacchierate quotidiane. Si è creata un’atmosfera intima, familiare, casalinga, come in pochi altri luoghi di questo pianeta si sarebbe potuta creare.

Del resto, come mi spiegò Simone Pallotta introducendomi al progetto “Il fine non è mai il muro, il muro è solo il mezzo per arrivare alle persone”. E per lui non erano solo parole queste, erano fatti tangibili, che si sono concretizzati in pomeriggi al citofono, sotto i lotti, per strada sotto i muri, a parlare con le persone, a spiegare, ad ascoltare, ad avvicinarsi.

E con questo mi collego all’eredità lavorativa, perché grazie a Simone Pallotta, ho iniziato a capire di cosa si occupa (dovrebbe occuparsi) un “curatore”. Sino ad allora non avevo ben chiaro quel ruolo, per me era un orpello, una decorazione intellettualistica più o meno necessaria, e lo dico con molta sincerità, mi capita di pensarlo ancora oggi in alcune situazioni.

L’eleganza e l’intelligenza con cui Simone Pallotta, Giulia Ambrogi, Francesca Lacroce, Chiara Mariani e tutti gli altri componenti o coinvolti da WALLS sono entrati nel tessuto del quartiere, sono pratiche di lavoro e lezioni di metodo in ambito artistico che penso tutti dovrebbero sempre tenere a mente e, soprattutto, mettere in pratica, per non cadere in discorsi allo specchio, sterilità o ancor peggio, far cadere l’arte contemporanea in un vicolo cieco che sa parlare solo a sé stesso.

Chiudo dicendo che, sempre a livello lavorativo, quella fu la mia prima esperienza a 360° come assistente di un artista (grazie alla fiducia del caro Liqen)… E non è poco, visto che tuttora mi occupo di questo, sebbene ormai in maniere molto meno divertenti di allora, ma certamente più consapevoli.

Critica d'arte a SANBA, progetto d'arte pubblica promosso dall'associazione WALLS, curato da Simone Pallotta - Photo © Valerio Muscella

Cara Loredana, mi piace subito farti una doppia domanda che vada ad approfondire ciò che mi hai appena detto. Come immaginerai i due aspetti in cui scindo la domanda mi interessano allo stesso modo perché sono convinto che trattino di una visione unitaria di sostegno agli artisti, sia intellettuale che manuale, nel momento della creazione.

Di cosa dovrebbe occuparsi un curatore nei confronti di un artista? Potremmo dire che l’apporto di sostegno all’artista possa essere principalmente, ma non solo, intellettuale?

Qual è il ruolo invece dell’assistente sempre nei confronti di un artista? Potremmo dire che l’apporto di sostegno all’artista possa essere principalmente, ma anche qui non solo, manuale in termini di produzione?

A scanso di equivoci, ci tengo a specificare che queste che ipotizzo sono delle aree di sostegno agli artisti che tengo presente in un discorso teorico, che ha senso per mettere un po’ d’ordine nel discorso, senza che ne derivi nessuna gerarchia di importanza di una rispetto all’altra.

In una conversazione di quasi un anno fa con il nostro amico in comune Roberto D’Onorio, mi ricordo sottolineasti la natura estremamente variegata degli assistenti nel mondo dell’arte: l’assistente può essere assistente di altri artisti, di galleria, può essere un allestitore. Dicesti che: “gli assistenti non sono le figure dietro le quinte ma LE quinte, cioè il motivo per cui il mondo dell’arte può essere rivelato” così come ipotizzasti un riconoscimento per la figura professionale dell’assistente.

Data la tua lunga esperienza come assistente, vorrei potessi esplicitarmi meglio questo tuo pensiero.

Non credo la differenza sostanziale del lavoro del curatore e quello dell’assistente si sintetizzi nel binomio “teoria-pratica”, non escludo infatti la possibilità da parte di un curatore di fissare un chiodo al muro o di lavare un pennello, quanto quella di un assistente di proporre spunti di ricerca e riflessione nuovi, quando necessario.

Penso invece che il punto sia l’obiettivo principale dei due ruoli. Il curatore ha come focus la riuscita di un progetto, il suo sguardo dovrebbe quindi saper racchiudere e sintetizzare in modo armonico un’idea, uno spazio, un artista. Da questo deriva un giovamento a livello umano e lavorativo innanzitutto a sé stesso, poi all’artista e al luogo d’intervento.

Le energie quotidiane dell’assistente sono spese a ricercare modi d’incontro, comprensione, approfondimento del punto di vista dell’artista, per condurlo contemporaneamente sulla “terra e sulla luna”, accompagnandolo anche nella scelta di quei progetti, di quei curatori, di quei galleristi, che possano aiutare un processo di formazione e costante crescita. L’obiettivo è esclusivamente il benessere dell’artista.

In più, nel caso degli assistenti, non ci sono secondi fini legati alla fama e alla gloria, come spesso accade nel caso dei curatori. Io sono estremamente orgogliosa di essere “le quinte”: la mia soddisfazione è la creazione di un percorso sul quale l’artista possa passeggiare o correre nella massima libertà.

Parlo solo dell’assistente agli artisti, perché è la mia esperienza personale, ma tutto ciò che ho scritto credo si possa generalizzare ad ogni tipologia di assistente.

Ritratto disegnato da Liqen, che mi ha rappresentata più grassa di come sono, per invitarmi a stare attenta alla mia salute!

Nel corso di molte nostre conversazioni negli anni, è emerso con una certa ricorrenza il nome dell’artista Maurizio Mochetti (Roma, 1940), di cui sei stata assistente ad un certo punto del tuo percorso professionale.

Ho sempre maturato una forte curiosità per la sua figura così come per il pezzo di strada e di vita che avete fatto insieme. Come hai avuto modo di conoscerlo? In quali progetti lo hai affiancato? Quale il più grande insegnamento che hai appreso standogli vicino?

Il contatto con Maurizio Mochetti è stata Silvia Marsano, che a sua volta era stata contattata da Sauro Radicchi perché l’artista cercava un’assistente, visto che la sua stava partendo per un corso di specializzazione a Londra.

I progetti più impegnativi che aveva in corso quando ho iniziato a lavorare per lui, erano un bando, un lavoro site-specific per un collezionista, la preparazione della mostra “È solo un inizio. 1968” curata da Ester Coen a La Galleria Nazionale e vari restauri, tra cui quello di Lotus&Lotus. In mezzo c’era da sbrigare tutto il quotidiano (sistemazione studio e archivio tra le mie occupazioni preferite di sempre!) e le questioni sospese di vario genere.
Il più grande insegnamento riguarda senza dubbio il suo metodo di lavoro: quel che si inizia, si finisce; si usano strumenti che siano il più possibile al passo coi tempi (dice spesso che Michelangelo usava lo scalpello, perché quello era il più alto strumento tecnico/tecnologico di cui disponeva); si immagina con forza, decisione, libertà, e lui lo fa così tanto bene che molti dei suoi progetti erano irrealizzabili al tempo in cui li aveva pensati (negli anni ’60-’70) e solo con le odierne tecnologie, potrebbero vedere luce.

E tante altre piccole accortezze, che si rivelavano sia lavorando insieme, che durante i pranzi nel terrazzo del suo studio, durante i quali lo tartassavo di domande di ogni genere, perché, mi pare scontato, ascoltare la storia dell’arte da uno che l’ha vissuta, è davvero un’altro livello di apprendimento!

Foto di CUBI, 1970 dal catalogo MAURIZIO MOCHETTI, curato da Germano Celant, ed.Skira

Dal passato al presente senza soluzione di continuità. Attualmente sei assistente dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo.

Pur non interrompendosi mai col passare del tempo, ho impressione che la sua pratica artistica di produzione di murales nello spazio pubblico sia, a partire dal 2017, andata via via virando verso la creazione di monumentali percorsi esperienziali, come segnalato anche sul sito dell’artista. Ho avuto la fortuna di visitarne due di persona: “Matière Noire”, immensa installazione all’interno del mercato delle pulci di Marsiglia del 2017 e “Merci” all’interno du Temple des Chartrons a Bordeaux costruito nel 1835, sconsacrato negli anni ’70 e riaperto nel 2019 per l’occasione.

Ritieni verosimile la mia percezione su questa transizione? Prendendo come metro di paragone Gonzalo, è possibile pensare che il termine ombrello/etichetta di “street art” a cui veniva accostata la sua ricerca e di quella di artisti a lui vicini, sia stato alla fine inglobato e “normalizzato” all’interno di quella più ampia di “arte contemporanea”?

Per essere proprio precisi, la mia firma per Gonzalo recita “Building Organization and Research ON Daily Objectives”, ruolo che abbiamo faticato molto ad etichettare e scrivere usando il cognome dell’artista, per questo lo sottolineo, sorridendo.

Un pensiero che ho maturato negli anni, che rasenta la banalità e me ne rendo conto, è che se uno è un artista, prescinde dal linguaggio che sceglie per esprimere il suo pensiero estetico ed etico. Perciò, a seconda del messaggio e anche, ovviamente, della proposta che gli viene fatta, un artista può dipingere su un muro, su una tela, a due, tre, quattro dimensioni, può parlare con dei video, e così via. Probabilmente se ci focalizzassimo un po’ più su questo approccio, avremo meno “sette” e più qualità nella proposta artistica.

Scritto questo e andando nel caso specifico di Gonzalo, lui ha iniziato ad intervenire per strada, perché era l’ambiente che viveva maggiormente. A quattordici anni è più facile che uno abbia a che fare con un muro o un vagone della metro, che con un museo. Però la sua ricerca e la sua curiosità, sono da sempre andate oltre il muro, usato ancora oggi come superficie di sperimentazione goliardica e pittorica. Man mano nel tempo quindi, non è cambiato il suo amore verso l’arte a 360°, né la sua maniacale attenzione verso i dettagli e il lavoro di squadra (si circonda in ogni progetto di artisti e artigiani provenienti da ogni ambito, che lo aiutino a tradurre in realtà quello che pensa), solo sono aumentate le possibilità che ha avuto per declinare il suo essere artista in tutto il resto delle forme possibili, andando oltre i muri ed avendo l’opportunità di creare esperienze immersive. Il passo successivo sarà creare questo tipo di produzioni per renderle permanenti, senza mai rinunciare a ciò che lo spazio urbano gli ha insegnato, ovvero la bellezza della fruizione gratuita ed aperta ad un pubblico super variegato, che sia in grado di leggere, attraverso l’esperienza personale, ogni livello che l’opera restituisce… E che a volte neanche Gonzalo stesso aveva pre-visto.
Direi quindi che ciò che è iniziato a cambiare è la percezione e la lettura che il pubblico (utenti standard, direttori di musei, galleristi, etc.) ha verso Gonzalo Borondo. Lui sa solo accogliere le proposte che, alla luce di tutto ciò che ho scritto e ancor di più, gli danno la possibilità di giocare, studiare e lavorare ancora sulla sua strada d’artista (perché lui, senza dubbio, lo è).

Alla base di Non PLUS ULTRA, installazione di Borondo e 56Fili, curata da Chiara Pietropaoli al MACRO ASILO - Photo © Maria Grazia Zappalà

Una volta, ero convinto della necessità di una sorta di coerenza di ricerca di un artista esclusivamente conchiusa all’interno di un’unica tecnica. Il pittore fa il pittore, lo scultore fa lo scultore e così via. Con il tempo, e anche grazie alla linea di ricerca della galleria per cui lavoro a Parigi, mi sono reso conto che invece la coerenza di un artista, soprattutto nel XXI secolo, possa concentrarsi su alcune ricorrenze formali e/o concettuali, travalicando le tecniche specifiche.

Non ti sembra che da questo punto di vista, la pratica autoriale di Borondo, vista la corposità e la complessità di alcune sue operazioni così come la sua collaborazione costante con altri artisti e artigiani, possa essere accostata anche a quella di un direttore artistico?

Vista la necessità di coordinare un gran numero di persone, al fine di creare un’opera organica e armonica che rispecchi in maniera chiara l’estetica di Borondo, sicuramente il suo ruolo all’interno dei grandi progetti è anche quello di direttore artistico, così come specifichiamo nei cataloghi. Anche perché quel livello di precisione negli intenti, quella mania verso il dettaglio, o il mettere ogni cosa al proprio posto per restituire un messaggio specifico, sono questioni che Gonzalo non riuscirebbe mai a delegare, perché sono strettamente legate al suo pensiero, al suo modo di fare arte. E ti dirò di più, a volte è anche co-produttore, essendo il lato economico sempre estremamente complesso da gestire, purtroppo, nelle grandi produzioni.

Borondo durante la lavorazione di MERCI, installazione nel Temple des Chartrons di Bordeaux (FR) - Photo © Vincent Cornelli

Cara Loredana, oltre ad essere l’assistente di Borondo, lavori anche all’interno di Post Ex, un artist-run space a Centocelle a Roma. Descritta dal libro del 2021 “VERA Roma, 8 spazi, 54 studi” di Damiana Leoni e delineata all’interno della mostra “Roma Materia Nova. Nuove generazioni” tenutasi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma dal 17 dicembre 2021 al 13 marzo 2022 a cura di Massimo Mininni, la scena degli artist-run space della capitale rappresenta un indubbio momento di effervescenza artistica da almeno 2 anni a questa parte, una vera e propria fucina in piena espansione.

Andando dal particolare all’universale, tre domande abbastanza dense per te: qual è il tuo ruolo all’interno di Post-Ex e quale la sua caratterizzazione rispetto agli altri artist-run space a Roma? Quale a tuo modo di vedere gli elementi di riuscita e non della mostra alla Galleria d’Arte Moderna? Come vedi il presente e il futuro degli spazi indipendenti romani e come lo confronteresti ad esempio con l’esperienza degli studi d’artista di cui hai fatto parte all’Ex Dogana a San Lorenzo?

Da Post Ex sono la “EXecutive Public Organization and Supervisor of the Team”, altro acronimo a cui sono molto legata, perché è stato creato con Fabio Giorgi Alberti, un artista che per qualche mese ha avuto lo studio da noi. Mi occupo quindi della gestione della vita di Post Ex come studio in generale, non dei singoli artisti.

Credo la prima lampante differenza con le altre realtà indipendenti di Roma, sia la grandezza: Post Ex conta su ben 1100 mq! Questo ha permesso agli artisti di dar vita alla seconda peculiarità, cioè uno studio adibito alle residenze temporanee. In quello che noi chiamiamo “cubo bianco”, perché è appunto un cubo con le pareti bianche, ospitiamo sia artisti che hanno bisogno di un appoggio per lavorare a Roma su progetti specifici, che residenze internazionali promosse da Post Ex, battezzate col nome di EX PRESSO (richiamando sia il nome dello spazio, che la brevità della residenza). Il tutto si inserisce negli obiettivi di Post Ex di far crescere e conoscere la scena romana di arte contemporanea… Che, voglio sottolineare come commento squisitamente personale, esiste davvero, seppur spesso nascosta dietro i complessi meccanismi abitudinari dietro cui, per comodità e tranquillità, ci si aggrappa in ogni tipo di cerchia lavorativa.

Passando alla mostra per la Galleria D’Arte Moderna, inutile dire che l’idea di base era valida: presentare in forma espositiva gli spazi indipendenti di Roma, inserendoli nel tessuto istituzionale. Ogni realtà ha risposto in maniera appassionata, rivelando il proprio modo di lavorare e generando una proposta molto interessante a livello concettuale e visivo.

Post Ex ha deciso di prelevare un pezzo dello studio “cubo bianco” di cui parlavo prima, perché appunto è un suo segno distintivo, intorno a cui ha calendarizzato una serie di 15 mini-personali di ciascun abitante temporaneo o permanente di Post Ex.

Fin qui, tutto bene, come sempre è “nell’iperuranio”.

Facciamo ora un gioco d’immaginazione: pensa a 15 artisti, tutti diversi nella pratica artistica, tutti super precisi ed esigenti, tutti innamorati del proprio lavorare nell’arte contemporanea, che devono preparare delle personali della durata di 5/6 giorni ognuna, all’interno di un Museo di arte moderna gestito dal Comune di Roma e Zètema. Sì, qualsiasi dinamica organizzativa che ti venga in mente, sono sicura sia corretta, e aggiungendo un pizzico di teatralità in più, data dal mio stare “nel mezzo” avrai l’oggettiva realtà dei fatti.

La risposta del pubblico è stata comunque entusiasta, chiunque sia passato, ha manifestato curiosità ed apprezzamento. Cosa più importante – per me – gli artisti sono rimasti soddisfatti e felici sia del proprio lavoro che della modalità di restituzione ed accoglienza della propria idea.

Per quanto riguarda presente e futuro degli spazi indipendenti, diciamo che mi sembra di rivedere le dinamiche di attenzione e coinvolgimento che furono attuate per l’arte urbana. Penso sia un momento di rinascita, dovuto anche alla situazione storico-sociale che ci ha travolti negli ultimi anni, ma credo anche che sia doveroso ed intelligente cogliere questo attimo, perché senza dubbio, come tutto, è solo di passaggio. La mia speranza è che, come su alcuni piani è avvenuto per gli artisti urbani, questo momento lasci nel tessuto romano, nazionale, ed anche nei singoli artisti, qualche radice positiva, che possa permeare e proliferare nel tempo. Anche se rimanesse solo questo modo di guardare, di sperimentare, di privilegiare lo studio d’artista più che altri luoghi dell’arte, di voler scardinare le dinamiche cittadine di cui ho parlato prima, sarebbe valsa la pena di tutto ciò che stiamo vivendo.

L’unico collegamento con la mia esperienza di studio a Scalo San Lorenzo, è l’essermi lasciata coinvolgere per la stessa necessità, cioè avere uno studio mio in cambio di un aiuto a livello organizzativo. A parte questo nessuna, ma proprio nessuna, dinamica è anche lontanamente assimilabile, perché gli obiettivi alla base della nascita dei due spazi sono assolutamente differenti. E sono anche sicuramente differenti i fondatori e i protagonisti principali delle due storie. Sebbene, come spesso ho confessato anche da Post Ex, un po’ mi manca la Factory di San Lorenzo, ma la mia nostalgia è rivolta in maniera quasi esclusiva agli artisti, perché sono davvero tutte persone con cui lavorare è piacevolissimo!

La mia parte di gratitudine per quell’esperienza c’è senza dubbio, perché un 5% di buono esiste in ogni persona come in ogni situazione e sta a noi poi farlo crescere. Di Scalo San Lorenzo mi sono tenuta Gonzalo Borondo ed anche Post Ex, perché l’artista che mi ha chiamata per stare lì è Luca Grimaldi. La mia educazione scoutistica mi ha allevata a “pane e trai il miglior partito da ciò che hai”, in questo caso, penso di esserci riuscita abbastanza bene.

Vita da Post Ex, nell'ufficio vetrato insieme a Jacopo Natoli ed Eleonora Cerri Pecorella. La foto è stata scattata per il progetto RISCATTI DI CITTÀ, curato da TWM Factory - Photo © Riccardo Ferranti

L’autore



Tiziano Tancredi (Roma, 1989) è un curatore d’arte contemporanea interessato ai rapporti di ordine antropologico, sociologico e architettonico che le arti visive instaurano con lo spazio pubblico. Storico dell’arte con laurea triennale e specialistica conseguite alla Sapienza, nel 2014 ha collaborato con Nuda Proprietà all’interno del Rialto Sant’Ambrogio di Roma. Ha curato molteplici mostre personali (tra cui Trasforma di Truth alla Horti Lamiani Gallery, Profili rivoluzionari insieme a Giovanni Argan dell’artista Leonardo Crudi, Double U di ADR alla Parione9 gallery) scritto testi critici per cataloghi, articoli e recensioni per riviste d’arte contemporanea, tenuto seminari ed interventi, condotto visite guidate, curato la comunicazione (ufficio stampa e social media) in ambito museale, galleristico e per festival. Nel 2021 ha curato la realizzazione del progetto Lupus in Muta, doppio murale di Lucamaleonte sulla facciata dell’IC Borgoncini Duca “Via G. Manetti” e sull’asilo nido “I Cuccioli di via Silveri”, entrambi a Roma. È co-founder del Collettivo Dialoghi Artistici e assistente della Galerie Valeria Cetraro di Parigi. Vive e lavora a Parigi.

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