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Urgenze, cura e città: “ilPrisma” riempie il silenzio culturale del quartiere Le Piagge

Le navi de Le Piagge © Luca Graziani

Street Levels Gallery incontra Emiliano Anselmo, co-fondatore del progetto ilPrisma, un’inedita realtà culturale de Le Piagge dedicata alla ricerca e alla sperimentazione artistica. Con Emiliano abbiamo indagato sul quadro socio culturale del quartiere, ripercorrendone verità, mistificazioni e scenari futuri. L’impalcatura stilistica dell’articolo richiama i cinque piani della “nave” che ha ospitato la prima mostra, intitolata La zattera di Géricault.

I piano – Urgenze urbane e silenzio culturale

Negli ultimi 20 anni, il quartiere de Le Piagge è stato protagonista di un climax di iniziative di natura ricreativa, educativa e sociale. Sebbene l’area abitativa sia ancora carente di servizi e infrastrutture opportune per favorire l’emancipazione del quartiere da una condizione di subalternità, la diffidenza e il grado di pericolo percepito sono stati oggetto di una riconsiderazione favorevole. Oggi, la vivibilità de Le Piagge gode di una reputazione riabilitata grazie alla progressiva responsabilizzazione dei cittadini: l’autorganizzazione degli abitanti e il significativo intervento di Don Alessandro Santoro, figura chiave per la stessa comunità, hanno assecondato l’affermarsi di relazioni di prossimità virtuose.
Tuttavia, Emiliano Anselmo rileva nell’ultimo decennio un periodo di “depressione creativa”. La latenza di servizi di pubblica utilità assorbe e prosciuga le risorse della cittadinanza, costretta a configurare l’agenda delle priorità secondo i principi più urgenti, ovvero quelli sociali e assistenziali. Questo circolo vizioso compromette dunque l’accensione di un altro interruttore, quello culturale. Per Emiliano invece, immaginare Le Piagge come incubatore di una nuova attrattività turistica rappresenta il pensiero generatore del fermento artistico che sembra essersi innestato proprio in quest’ultimo anno.
Il progetto ilPrisma è la spina, il condominio di Emiliano la presa di corrente. Ma come è avvenuto questo incontro fatale e, indubbiamente, decisivo per il futuro della periferia fiorentina? Per concludere una prima lettura del complesso quadro de Le Piagge, è necessario approfondire le cause di questo silenzio culturale.

Le Piagge, Firenze - Google Maps

II piano – I suburbi devono somigliarsi?

Per far fronte al preoccupante dato della dispersione scolastica, all’inefficienza dei servizi di trasporto, all’alto tasso di disoccupazione, alla mancanza di infrastrutture e di arredi urbani, le reti solidali si sono attivate: la ludoteca La Prua, l’asilo dei veterani, il Fondo etico e sociale di microcredito, il bar L’approdo, la palestra all’aperto, il Centro Giovani L’Isola, il doposcuola e i centri estivi sono alcune delle combinazioni che risolvono il binomio “esigenze sociali e vuoti amministrativi”.
L’humus artistico resta così ai margini di un quartiere già di per sé emarginato. Questo silenzio culturale – a tratti latente, a tratti assordante – rappresenta per Emiliano Anselmo un’assenza da colmare con un progetto di riconversione che costituisca un alto potenziale rigenerativo per l’intero quartiere. “Il mio incontro con la pittura” racconta “è stato decisivo per prendere coscienza del grande spettro di opportunità ed esperienze disponibili”. La pratica pittorica diviene per Emiliano, nato e cresciuto a Le Piagge, un motore propulsivo di curiosità, indagine, scoperta. Un anno di lavoro al Runner Pizza gli permette di mettere da parte i soldi necessari per arrivare in Asia, dove rimarrà per circa otto anni. Emiliano torna a Le Piagge, con l’ambizione di riabilitare il quartiere dove ha vissuto, di rivendicare quel ”andiamo a ghettizzarci” che ripeteva da ragazzino con fierezza e ingenuità, insieme al gruppo di amici. L’indole propositiva di Emiliano Anselmo incontra l’apertura e l’impegno di Sebastiano Benegiamo, amico, collega e co-fondatore del progetto. I due si conoscono qualche anno prima all’Elettro+, ex centro sociale dell’Isolotto, dove iniziano a condividere la stessa inclinazione artistica. Le loro biografie continuano a intrecciarsi, fino alla fondazione di ilPrisma, il primo progetto culturale interamente dedicato all’arte contemporanea che segna un inedito precedente nella zona.
Con ilPrisma, Emiliano e Sebastiano riescono a ottenere il via libera per organizzare la prima mostra all’interno del condominio dove attualmente Emiliano risiede. Il palazzo fa parte del complesso di edilizia residenziale pubblica costruito tra il 2003 e il 2006 su commissione del Comune di Firenze che, in seguito, ha stabilito il nome dell’opera di recupero e riqualifica: ‘le navi’. Oltre al riferimento estetico che ne ricorda la fisionomia, Emiliano ci fa notare che “non è un caso se le navi de Le Piagge assomigliano a le vele di Scampia”. Due suburbi che condividono un minimo comune denominatore, il quadro sociale infetto, e che sono incorniciati all’interno dello stesso frame, il riferimento nautico. Cosa significa questo parallelismo?

Le vele di Scampia, Napoli - Le navi de Le Piagge, Firenze © Luca Graziani

III piano – Il mare, il virus, il mare

La metafora navale non interessa l’indagine sulle responsabilità delle amministrazioni comunali ma, piuttosto, ne suggerisce il coinvolgimento. La configurazione architettonica similare è solo un pretesto per evidenziare un altro nesso inequivocabile: la politica del ‘decoro’ (o della ‘rigenerazione’) non ha niente di trasformativo, non è un processo risolutivo anzi, non è neanche un processo. È un atto di rimozione.
‘Le navi’ vengono edificate negli anni ’80, un momento storico di grave emergenza abitativa per la città. Alla pressione dell’immigrazione dal Sud Italia – e nei decenni successivi, quella dal Nord Africa e dai vicini Balcani –, il Comune di Firenze risponde con una misura di delocalizzazione, priva di un effettivo piano di integrazione sociale, culturale, politica. Gli esclusi, gli emarginati, i reietti della società vengono quindi liquidati con un’operazione tanto conveniente quanto miope, disegnata secondo una visione di breve termine. Nel lungo periodo, è evidente come la “lotta al degrado” si realizzi sulla base di misure provvisorie, di palliativi, di trucchetti per farsi belli nascondendo la polvere sotto il tappeto. E col tempo, questa profonda contraddizione finisce per ‘fare acqua’ da tutte le parti, a Le Piagge come a Scampia. Nonostante le riserve, la metafora marittima instaura un rapporto di familiarità con la popolazione, divenendo cara alle progettualità – come La Prua, L’approdo, L’Isola, citate in precedenza – che, nel corso dell’ultimo decennio, ne hanno riscoperto con creatività le allusioni retoriche. Anche Emiliano e Sebastiano ne recepiscono il valore simbolico, non soltanto per il quartiere ma, più in generale, per le contingenze caratterizzanti gli ultimi due anni trascorsi, con particolare riferimento alla crisi pandemica. E qui torna l’analogia tra il mare e il virus: patologia e naufragio, salute e salvezza, emergenza e alta marea, zattera e isolamento. Un porto o una porta sicura, in fin dei conti si equivalgono, e davanti alle criticità si presenta un bivio: chiuderle o aprirle? Emiliano e Sebastiano scelgono di aprire il portone de ‘la nave’ di via Sala n. 2H perché credono fermamente che un nuovo flusso culturale possa emancipare la condizione della propria comunità.

La zattera della medusa, Théodore Géricault, Olio su tela, 491 x 716 cm, 1819, Museo del Louvre, Parigi

Con la prima mostra di ilPrisma, intitolata La zattera di Géricault, i fondatori del progetto mettono in scena il rischio dell’imminente deriva della civiltà. I naufraghi approdano miracolosamente su una prima, iconica, spiaggia: l’etimologia di quest’ultima parola risale al derivato latino di piaggia che, a sua volta, nasce dall’incrocio tra il latino plaga, “coste, fianchi” e il sostantivo greco πλάγιος, “trasversale”. Le Piagge radicano la propria origine lessicale in parole quali “spiaggia, lido, declivio di un monte”; la piaggia si definisce dunque come lembo di terra interposto tra un corso d’acqua e un’altra porzione di territorio. A questo oggetto di coincidenza si giustappone la correlazione tra naufrago del mare e cittadino della Firenze Ovest, entrambi sfuggiti alla precarietà. In questo senso, la sintesi perfettamente riuscita tra località e globalità, riporta alla nota locuzione coniata da McLuhan del villaggio globale. Il vuoto culturale de Le Piagge e l’imperversare del Covid-19 in tutto il mondo si ricongiungono nella precondizione di coloro che, dinnanzi alle rispettive crisi, sono sopravvissuti – i superstiti. Tale requisito può essere interpretato in due modi: secondo un’analisi fatalista per cui la sopravvivenza sarebbe frutto del caso, oppure aderendo a una prospettiva antropocentrica, quella suggerita proprio con la mostra La zattera di Géricault. Emiliano e colleghi sostengono infatti che la possibilità di riscatto dell’individuo stia nella resilienza e nelle buone capacità di gestione del rischio; una prospettiva necessaria per accettare la convivenza tra il disimpegno politico e lo ‘stato d’arte’ di una società in costante emergenza.

Mostra La zattera di Géricault, via Sala n. 2H – Le Piagge (Firenze) © Andrea Ornani

IV piano – La cura(tela) delle città

L’esposizione, inaugurata il 17 giugno 2021, è stata ospitata all’interno di una delle ‘navi’ di via Sala n. 2H; l’androne di ogni piano del palazzo ha accolto il vocabolario emotivo di cinque artisti locali: oltre a Emiliano Anselmo e Sebastiano Benegiamo, hanno esposto Andrea Ornani, Giambaccio e Debora Piccinini. In un articolo di luglio 2021 sul Venerdì di Repubblica, il noto critico d’arte Tommaso Montanari l’ha definita “la mostra più bella di Firenze”; dal 26 febbraio al 4 marzo 2022, l’associazione culturale ARTiglieria ne ha ospitato una seconda edizione ribattezzata I battellieri delle (s)piagge; Amir project (Accoglienza, musei, inclusione, relazione) avvierà insieme a ilPrisma un progetto di mediazione museale che coinvolga i giovani de Le Piagge provenienti da famiglie con passato migratorio. Questa breve rassegna di feedback ricevuti, negli ultimi mesi, da parte dell’opinione pubblica testimonia la rilevanza socio-culturale di ciò che sta accadendo a Le Piagge. Emiliano ci anticipa qualche informazione sulla nuova rassegna di mostre programmate per il 2022 che si aprirà, nel mese di aprile, con Bomberz!, una parentesi sullo scenario dell’arte urbana fiorentina che esporrà i lavori di Bue2530, Moradi il Sedicente, Mìles, Ero, RMOGRL8120 ed Exit Enter; poi il focus sugli artisti emergenti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze; infine, una nuova occasione di interesse culturale dedicata all’arte multimediale e performativa. Il programma di esposizioni rappresenta solo una misura propedeutica all’introduzione e integrazione, all’interno del quartiere, di un connaturato interesse per l’arte contemporanea.
“Attraverso laboratori, attività educative, festival e interventi di arte partecipativa ci piacerebbe ospitare professionalità competenti capaci di lasciare alla comunità gli strumenti, la determinazione e la fiducia per poter realizzare qualcosa di proprio. Partecipare alla co-progettazione e all’esecuzione di un muro in strada significa stimolare un senso di appartenenza comune: quell’opera non è un corpo estraneo ma il risultato di un processo collettivo”, spiega Emiliano. “La pittura mi ha salvato, mi salva, in tutti i modi. È una terapia.” aveva esordito all’inizio dell’incontro; nell’alludere alla pratica artistica come strumento terapico e lenitivo, il co-fondatore di ilPrisma richiama l’analogia tra cura medica e curatela dello sviluppo urbano.

Mostra La zattera di Géricault, via Sala 2h – Le Piagge (Firenze) © Andrea Ornani.

V piano – Le Piagge: “città sottile”

Il city making è un processo fluido che si muove su più livelli di stratificazione, un po’ come i diversi piani del palazzo che La zattera di Gèricault ha abitato. O come l’edificazione di Zenobia – la seconda città sottile che Italo Calvino presenta ne Le città invisibili (Torino: Einaudi, 1972) che, “cresciuta per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno”, si è sviluppata in altezza e nessun abitante sarebbe in grado di pensare a una città diversa da quella ormai conosciuta. Il succo della storia arriva alla fine, quando si comprende quanto sia “inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”
I contesti urbani fragili e marginali cadono vittima di un sistema di “rigenerazione” che, più spesso, assomiglia a una ancor meno paritaria gentrificazione. Con ilPrisma, Emiliano e Sebastiano intendono proporre un sistema fluido di cura, tutela e soddisfazione degli interessi collettivi fondato sulla cultura. Sensibilizzazione, responsabilizzazione e trasferimento di nuove expertise si costituiscono come vettori paradigmatici per attuare una riconversione dei circuiti di attrattività e socialità del quartiere Le Piagge. Una nuova coscienza comunitaria sarà capace di avviare un ciclo virtuoso di empowerment sociale, educativo, politico e culturale? Sicuramente è presto per rispondere. Ma, sempre ne Le città invisibili, il discorso che Italo Calvino affida a Marco Polo per chiudere il libro raccoglie un invito emblematico alla coabitazione cosciente delle nostre città e alla risignificazione degli spazi latenti. “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Zenobia, illustrazione di Karina Puente

L’autrice



Scrivo bio per altrə. Scrivo bio. Scrivo.

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